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La Repubblica di Venezia era il più grande e potente stato italiano del Cinquecento, l'unico in grado di competere con le grandi potenze come la Francia o la Spagna nello scacchiere politico, diplomatico e militare. Fu anche lo Stato italiano in cui le idee della Riforma protestante ebbero il maggiore successo, rischiando di destabilizzare l'equilibrio politico stesso dello Stato marciano e generando talvolta aspri conflitti con Roma sulle modalità e sulle competenze della persecuzione degli eretici. 

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La Bibbia di A. Brucioli

La stampa eterodossa

La diffusione delle idee della Riforma fu favorita dalla notevole circolazione di libri eterodossi a Venezia sin dagli albori del dissenso luterano. Venezia era d’altronde una delle capitali dell’industria e del mercato librario. La cospicua presenza di mercanti tedeschi, gravitanti intorno al loro Fondaco, non poteva che favorire la circolazione delle opere di Lutero, che si potevano trovare nelle botteghe dei librai sin dal 1520. Venezia fu oltretutto un luogo d’edizione privilegiato dei principali testi attraverso i quali le idee della Riforma penetrarono in Italia. Nel 1525 il tipografo Nicolò di Aristotile Rossi, detto Zoppino, pubblicò per la prima volta un’antologia di scritti luterani, coperti sotto il velo dell’anonimato (ma già nell’edizione del 1526 la paternità degli scritti era falsamente attribuita dal tipografo ad Erasmo da Rotterdam).

Nel 1530 il tipografo Lucantonio Giunta, col permesso del Senato veneziano, stampò la traduzione del Nuovo Testamento del fiorentino Antonio Brucioli (1487-1566), seguita nel 1531 dalla traduzione dei Salmi e nel 1532 dalla traduzione dell’intera Scrittura. Il lavoro del Brucioli, definito dal Caponetto “uno dei più efficaci veicoli di divulgazione delle dottrine della Riforma”, aveva il fine di rendere accessibile il testo sacro a tutti, anche e soprattutto ai ceti subalterni.

Nel 1543 il testo fondamentale della Riforma italiana, il Beneficio di Cristo di Benedetto Fontanini da Mantova e Marcantonio Flaminio, veniva stampato anonimo a Venezia per i tipi di Bernardino de’ Bindoni; è ampiamente nota e documentata la fortuna di questo scritto, di cui, secondo una testimonianza di Pier Paolo Vergerio, nel 1549 erano già state stampate e vendute a Venezia ben 40 mila copie.

Nel 1545 venne stampato a Venezia l’Alfabeto cristiano di Juan de Valdés, opera scritta in spagnolo a Napoli nel 1536 ma rimasta inedita, nella traduzione italiana di Marcantonio Magno; l’opera fu stampata altre due volte nel 1546. Il dialogo tra il Valdés e Giulia Gonzaga coniugava le istanze ascetiche dell’alumbradismo spagnolo (con la conseguente svalutazione delle opere esteriori di devozione, come la pratica di recarsi a messa tutti i giorni) con l’affermazione della dottrina centrale del luteranesimo, la giustificazione per sola fede.

La diffusione dei libri che annunciavano le dottrine della Riforma fu senz’altro favorita dalla relativa politica di tolleranza nei confronti della stampa eterodossa tenuta dal governo veneziano sino agli inizi degli anni ’40. Da allora in poi le cose cambiarono radicalmente e, accogliendo le rimostranze dei nunzi apostolici (particolarmente quelle di Giovanni Della Casa, estensore nel 1549 di un corposo catalogo di libri proibiti), si passò al sequestro e al rogo dei libri.

La propaganda eterodossa

La "maledetta nidiata"

Un particolare impulso alla diffusione della Riforma protestante nella Repubblica di Venezia fu dato dall'opera di predicazione di un gruppo di religiosi vaganti che Gian Pietro Carafa, che dal 1527 al 1536 risiedette stabilmente nel territorio della Repubblica con i suoi Teatini, definì "quella maledetta nidiate" nel suo celebre Memoriale del 1532 diretto a Clemente VII.  Il futuro Paolo IV si riferiva soprattutto alle figure di Bartolomeo Fonzio, Girolamo Galateo e Alessandro da Pieve di Sacco.

Gli interventi di Melantone e di Lutero

Ben presto i principali esponenti stranieri della Riforma  si interessarono al caso veneziano. 

Nel gennaio 1539 Melantone si rivolse con una lettera “ad Venetos quosdam studiosos Evangelii” (forse, ma non è sicuro, la lettera era diretta al Senato veneziano), perorando la causa della Riforma, di cui si sottolineava significativamente il fondamentale intento di restaurare la purezza della chiesa primitiva, e facendo appello al sentimento d’indipendenza da Roma dei veneziani .

Baldassarre Altieri, segretario dell’ambasciatore inglese a Venezia Edmond Harwel, con una lettera del 26 novembre 1542, firmata a nome delle comunità evangeliche di Venezia, Vicenza e Treviso, si rivolse a Lutero, chiedendogli di intervenire presso i principi della Lega di Smalcalda perché facessero pressioni sul governo veneziano affinché cessassero le persecuzioni nel territorio della Serenissima. L’intercessione di Lutero provocò l’intervento del principe – elettore di Sassonia, Giovanni Federico, presso il doge Pietro Lando  (il principe tedesco perorò in particolare il caso di Baldo Lupatino). Quindi Lutero, di nuovo sollecitato dall’Altieri, che proseguiva la sua instancabile attività di difensore della causa protestante presso il governo veneziano, incaricò Mattia Flacio Illirico, nipote del Lupatino, di adoperarsi in ogni modo per la liberazione di questi. 

La sconfitta della lega di Smalcalda a Műhlberg nel 1547 (un anno dopo la morte di Lutero) fu però determinante nell’orientare in senso sfavorevole alla Riforma le scelte politiche dei governanti veneziani e causò il fallimento dell’impegno dell’Altieri .

Le "speranze" di Ochino e di Vergerio

I principali riformatori italiani, dal canto loro, coltivarono la speranza che la Riforma potesse impiantarsi stabilmente nello stato veneziano, ed alcuni di loro si rivolsero alle autorità della Serenissima, esortandole esplicitamente a farsi promotrici della Riforma. Il 7 dicembre 1542 Bernardino Ochino scriveva da Ginevra alla Signoria di Venezia: 

[...] Dio sa quanto  desidero veder che Christo regni nella mia Venezia, e che sia libera da ogni diabolico giogo, e maxime da quello che sotto la spezie di bene la tiene più oppressa, e vi exhorto ad essere in verità amici di Christo e a volere intendere il puro Evangelio, e non perseguitar, ma favorir quelli che vi predicano la parola di Dio [...] Già Christo ha incominciato [a] penetrare in Italia; ma vorrei che v’intrasse glorioso, a la scoperta, e felice a te se la accetterai, e guai a quelli che con Erode per uman timore il perseguiteranno[1]

La stessa speranza si trova nell’orazione che nel 1545 Pier Paolo Vergerio dedicava al neoeletto doge Francesco Donà, nella quale il vescovo di Capodistria chiedeva esplicitamente al suo principe di farsi promotore della Riforma nella repubblica veneziana.

La Repubblica di Venezia, d’altronde, costituiva un modello esemplare di struttura statale, richiamo di esuli per motivi politici e/o religiosi da ogni parte d’Italia, nell’immaginario dei quali essa rappresentò un modello di Stato fondato sui principi evangelici, modello alternativo al papato e alla Spagna

L'anabattismo veneto

Vedi: Anabattismo veneto

Geografia e storia della Riforma protestante nella Repubblica di Venezia

Se la Dominante è certamente da considerarsi la “centrale” del movimento protestante, non va trascurata la notevole penetrazione delle dottrine della Riforma nelle città del Dominio. La diffusione di queste interessò tutto quanto il territorio della repubblica veneziana, generando speranze, illusioni e conflitti interiori nelle coscienze dei singoli, e dando luogo a vere e proprie comunità riformate dotate di una certa organizzazione e consistenza, la cui presenza fu in taluni casi particolarmente forte ed ebbe pesanti riflessi nelle forme e nell’organizzazione della vita cittadina.

Venezia

Una caratteristica rilevante del movimento protestante di Venezia fu la sua fisionomia sociale composita: aderirono alle idee della Riforma operai tessili analfabeti, artigiani, maestri di scuola, medici, avvocati, autorevoli esponenti del ceto mercantile, patrizi. La vita comunitaria si organizzò in piccoli gruppi, cellule spontanee che si dotarono di un efficiente sistema di mutuo soccorso. Questi gruppi non agivano in totale clandestinità, bensì svolgevano una certa attività di propaganda, atteggiamento che rivela come essi nutrissero fiducia nella propria forza numerica e nella propria capacità di espansione.

È da notare il controverso atteggiamento tenuto dai patrizi veneziani nei confronti delle idee della Riforma. Diversi patrizi di rango furono affascinati dalla Riforma, altri erano semplicemente di tendenze anti-curiali, come tutti i più importanti dogi del XVI secolo, provenienti perlopiù da famigli di tendenze anti-papaliste. Il caso più paradigmatico è quello di Andrea Gritti, fiero sostenitore, durante tutto il suo lungo dogado (1523-38) dell'autonomia veneziana di fronte alle invadenze romane: questo atteggiamento favoriva un clima di maggiore libertà religiosa e quindi la propagazione delle eresie. Delle speranze suscitate dal dogado di Francesco Donà (1545-1553) si è già detto. E la stessa speranza riposta da Vergerio nel Donà era riposta dall'esule messinese Bartolomeo Spadafora in Francesco Venier (hià ambasciatore a Rome dal 1542 al 1546, doge dal 1554 al 1556). Tra gli altro potenti politici veneziani di tendenze fieramente anti-clericali si possono ricordare Alvise Mocenigo (ambasciatore a Roma dal 1558 al 1560, doge dal 1570 al 1577) e Nicolò Da Ponte (per due volte ambasciatore a Roma sotto Paolo III e sotto Giulio III, doge dak 1578 al 1585). Celebre è poi la figura di Gaspare Contarini, fino alla morte avvenuta nel 1542 capofila degli "spirituali". Altri due politici e diplomatici veneziani poi diventati cardinali furono raffinati umanisti, cosa che attirò su di loro sospetti d'eresia: Bernardo Navagero e Marcantonio Da Mula. Come rileva Federica Ambrosini, il patriziato veneziano si dimostrò da subito interessato a conoscere le opere dei riformatori d’oltralpe. In taluni casi i patrizi aderirono sinceramente alle idee della Riforma, protessero e accolsero tra le mura domestiche maestri riformatori, ai quali affidarono l’educazione dei figli. Il tribunale dell’Inquisizione di Venezia condusse alcune inchieste che coinvolsero patrizi, soprattutto negli anni sessanta, ma molto spesso le inchieste non furono approfondite per evidenti motivi di opportunità politica; i condannati furono perlopiù patrizi di rango minore e la condanne furono assai miti. I patrizi condannati si sottomisero ai procedimenti contro di loro ed alle penitenze impartite. L’alternativa sarebbe stata la fuga oltralpe e la conseguente rottura con la patria, una soluzione che il senso dell’onore e l’attaccamento alla propria comunità rendevano difficilmente praticabile per un patrizio veneziano. Clamoroso fu il caso di Andrea Da Ponte (fratello di Nicolò Da Ponte): egli  scelse l’esilio oltralpe, a Ginevra, e su di lui si abbatté la damnatio memoriae della sua famiglia, una delle più eminenti del patriziato veneziano, e dell’intero ceto dirigente della Serenissima.

Secondo la Ambrosini, un indicatore assai significativo della penetrazione delle nuove idee religiose tra i patrizi veneziani è rappresentato peraltro dai testamenti, che assumono i connotati di vere e proprie testimonianze di fede, allorché vi emerge la svalutazione degli aspetti esteriori dei riti funebri e l’assenza di richieste di suffragio e di invocazioni alla Madonna e ai santi

Più spontanea e meno “coperta” rispetto a quella del patriziato fu l’adesione alle dottrine protestanti dei ceti popolari di Venezia, nella quale l’esigenza della riscoperta di un cristianesimo primitivo e purificato, centrato sulla figura del Christus pauper opposto al Christus dives, si fondeva con le rivendicazioni di emancipazione e riscatto sociale dei ceti subalterni. 

Sono significative, a titolo esemplificativo delle connotazioni dottrinali del dissenso, le parole con le quali donna Franceschina della contrada di San Pantaleon si rivolgeva alle vicine di casa, dimostrando di possedere una stupefacente consapevolezza delle proprie idee religiose, ben distanti dalle dottrine ritualistiche, idolatriche e paganeggianti (secondo la sua prospettiva) della Chiesa romana:

È mala cosa andare a messa, perché Cristo non l’ha ordinata. È nel Testamento Vecchio che quando se levava il vedelo dorato, tutti accorrevano ad adorarlo etse perdevano dietro a quell’idolo. Così noi, quando se leva l’ostia consegrada, corriamo ad adorarla avendo fede in quel vedelo e ce perdemo, per esser un idolo... E se deve pregar Dio, perché lui è il principal...E bisogna adorar Cristo in spirito e verità, non in quel pezo di pasta...E lui è il nostro purgatorio, e quando morimo andemo in paradiso o all’inferno[2],

Padova

Le dottrine protestanti riscossero molto successo a Padova, il cui  prestigioso Studio, fucina, tra l’altro, del ceto dirigente della Serenissima,  assunse quasi i connotati di un vero e proprio rifugio di eretici. Lo Studio era frequentato da molti studenti tedeschi e svizzeri, perlopiù protestanti, i quali godevano di ampie libertà e privilegi. Pier Paolo Vergerio (dal 1536 vescovo di Capodistria) vi svolse un’attiva propaganda a favore delle idee della Riforma sino alla vigilia della sua fuga nei Grigioni (1549);  il celebre giureconsulto chierese Matteo Gribaldi Mofa vi insegnò diritto civile  dal 1548 al 1555. A Padova, negli anni tra il 1517 e il 1526 si formò intellettualmente il fiorentino Pietro Martire Vermigli, teologo di spicco nel Cinquecento europeo, passato nel 1542 alla Riforma.

Da Padova ebbe avvio il singolare dramma di Pomponio Algieri, giovane studente nolano, arrestato nel 1555 e quindi consegnato dalla Repubblica di Venezia a Paolo IV, che lo fece bruciare a piazza Navona nell'agosto 1556.

Cittadella

A poca distanza da Padova, Riforma ed eresia trovarono accoglienza a Cittadella, dove furono propagandate innanzi tutto dal maestro di grammatica Pietro Speciale (che abiurò nel 1551 dopo una lunga carcerazione), quindi da Agostino Tealdo (giustiziato nel 1555), che raccolse attorno a sé una conventicola di seguaci orientata verso le idee anabattiste.

A Cittadella si svolse, tra 1547 e 1548, il dramma di Francesco Spiera , caduto in disperazione in seguito alla sua abiura e morto d'inedia, nonostante le cure dei più valenti medici. Il caso suscitò scalpore e dibattiti in tutta Europa. 

Vicenza

Particolare e significativo è il caso di Vicenza, dove le famiglie più influenti della nobiltà locale (Trissino, Pellizzari, Thiene, Da Porto, Pigafetta...) si dimostrarono particolarmente sensibili alle dottrine della Riforma. Fondamentale fu il ruolo svolto da Fulvio Pellegrino Morato, che orientò la contestazione vicentina in senso decisamente calvinista. La consistente comunità eterodossa venne ad organizzarsi attorno ad un nucleo di “capi grossi”, tra i quali spiccarono Alessandro Trissino e Niccolò Pellizzari, e sviluppò una rete di relazioni con i principali centri europei di diffusione della Riforma. La contestazione coinvolse ampiamente anche i ceti subalterni

Rovigo

Una consistente comunità eterodossa orientata in senso calvinista si sviluppò anche a Rovigo, dove le idee della Riforma furono introdotte da alcuni maestri forestieri.

Bergamo

A Bergamo si sviluppò un fiorente commercio di libri eterodossi, segno evidente della penetrazione delle dottrine protestanti nella città. Il vescovo Vittore Soranzo , che governò la diocesi a partire dal 1544, orientò la sua attività pastorale in senso decisamente luterano, cosa che scatenò contro di lui l’offensiva del Sant’Uffizio.

Verona e Brescia

Notevole fu l’influenza esercitata dalla Riforma nelle città di Verona e Brescia, le quali per loro posizione geografica mantevano contatti molto forti con il mondo tedesco. A Verona la diffusione delle idee protestanti fu arginata dall’attività pastorale dei vescovi Gian Matteo Giberti e Alvise Lippomano. Il processo degli eretici veronesi del 1550 costituisce comunque una prova molto evidente della diffusione delle idee protestanti, soprattutto nel mondo delle botteghe. Diversamente il movimento eterodosso di Brescia ebbe un carattere prevalentemente borghese – aristocratico.

Friuli ed Istria

Notevole fu l’adesione alle dottrine protestanti nelle regioni di frontiera del Friuli e dell’Istria.

Il Friuli costituiva la parte sottoposta al dominio veneziano del patriarcato di Aquileia. Questa era la diocesi più grande d’Europa ed al suo interno interagivano popolazioni di tre diverse nazionalità (italiana, tedesca, slava), con quattro diverse lingue (friulano, italiano – veneto, tedesco e sloveno) e soggette politicamente a tre diverse signorie (Asburgo, vescovo di Bamberga, Repubblica di Venezia). In un simile contesto la penetrazione delle dottrine luterane nella parte veneziana della diocesi di Aquileia è strettamente collegata al successo che queste ebbero nei territori tedeschi (Carinzia e Stiria). La grande diffusione della stampa eterodossa ne fu la manifestazione più evidente.

In Istria le dottrine protestanti furono introdotte da un gruppo di frati minori conventuali, facente capo alla notevole figura di Baldo Lupatino di Albona. Ma la Riforma trovò il suo più illustre esponente in Pier Paolo Vergerio, vescovo di Capodistria, che, così come il vescovo Soranzo a Bergamo, orientò la sua attività pastorale in senso decisamente luterano. Non mancarono, comunque, neppure in Istria, conventicole anabattiste.

Repressione  e sconfitta

Per i governanti veneziani l'eresia rappresentava un problema per la stabilità dello Stati. C'erano rapporti diplomatici con principi protestanti, la cui forza politica fu peraltro gravemente indebolita dalla catastrofe di Műhlberg del 1547. In quello stesso anno la "nuova" Inquisizione si impiantava a Venezia, e ad essa venivano affiancati i Tre Savi sopra l'eresia, una nuova magistratura laica con il compito di sorvegliare l'operato degli inquisitori ecclesiastici. Essi venivano scelti con estrema cura tra i patrizi più anziani e con più esperienza; frequentemente tra i Savi sopra l’eresia erano eletti ex ambasciatori presso la Santa Sede. Erano programmaticamente esclusi dall’elezione patrizi provenienti da famiglie di tendenze notoriamente papaliste. Il potere inquisitoriale nella Repubblica di Venezia era così ripartito tra il nunzio e gli inquisitori da un lato (espressione degli interessi romani) e il patriarca di Venezia e i Tre Savi dall'altro (espressione degli interessi veneziani). Tensioni continue non mancarono, ma la repressione si intensificò notevolmente a partire da questi anni. Nel 1549 il nunzio Giovanni Della Casa pubblicava un corposo indice dei libri proibiti (il primo pubblicato in Italia). L'azione intransigente del nunzio costringeva alla fuga all'estero Pier Paolo Vergerio. Nel 1551 la delazione Manelfi sferzava un colpo durissimo all'anabattismo veneto, scatenando un'ondata di esuli verso l'Europa orientale.

Ma ci furono anche fenomeni di "intolleranza" nei confronti di inquisitori troppo intransigenti: nel dicembre 1550 Michele Ghislieri, il futuro Pio V, era costretto a fuggire in fretta e furia da Bergamo dove stava procedendo contro il Soranzo, alla scoperta di un attentato contro la sua persona. E nel 1560 il governo veneziano ottenne che Felice Peretti, il futuro Sisto V, allora inquisitore di Venezia, fosse richiamato a Roma. 

Insomma Venezia ci teneva a non cedere troppa autorità agli inquisitori. Un esempio lampante di come i governanti veneziani si rapportassero all’eresia in un modo assai diverso rispetto alla Chiesa romana ed all’Inquisizione è costituito  dall’organizzazione delle esecuzioni capitali a Venezia: mentre la Santa Sede voleva che le esecuzioni capitali degli eretici fossero pubbliche e spettacolari (così come dovevano esserlo le abiure solenni degli eretici, altra causa di attriti tra Venezia e Roma), per “educare” e rinsaldare la popolazione nella fede cattolica attraverso il terrore, secondo lo stesso stile dell’autodafé spagnolo , e per avere davanti agli occhi la dimostrazione più esplicita dell’ossequio a Roma della Repubblica di Venezia, il governo di quest’ultima propendeva per l’isolamento in prigione e l’esecuzione segreta degli eretici (i quali, di solito, venivano annegati nella laguna di notte), sia per non fare eccessiva pubblicità agli eretici, concepiti innanzitutto come degli eversori dell’ordine politico e sociale, sia perché l’eresia costituiva una “macchia” per la comunità civile, che non doveva esser data troppo a vedere. Così l’umanista milanese Publio Francesco Spinola, eretico relapso, dopo aver subito una lunga carcerazione, fu annegato in silenzio nella laguna nella notte del 31 gennaio 1567, nonostante l’insistenza con cui da parte del nunzio apostolico a Venezia Giovanni Antonio Facchinetti si richiese che egli fosse bruciato in pubblico . Rilevanti sono altresì i casi di tre poveri frati francescani conventuali, i quali non furono consegnati a Roma ma perseguiti direttamente (e severamente) dal governo veneziano: Girolamo Galateo, Baldo Lupatino e Bartolomeo Fonzio. Il Galateo, del cui caso, Paolo IV si ricordava ancora vivamente nell’ottobre 1557, dopo alterne vicende giudiziarie (una prima carcerazione seguita da una liberazione e quindi da un nuovo, definitivo, arresto, causato, secondo Paolo IV, dal fatto che questo frate, dopo essere stato liberato una prima volta, “facea peggio che mai [...] andando nelle botteghe de lebrari, spetiali e calzolari a seminare il suo veneno”), fu lasciato morire nelle prigioni veneziane nel 1541 . Il Lupatino, invece, fu annegato in laguna, come prevedeva il “rito veneziano” contro gli eretici, nell’agosto 1556, dopo aver subito una lunghissima carcerazione . Ad una sorte identica andò incontro il Fonzio, il quale, accusato di eresia sin dal 1530, fu annegato nella laguna il 4 agosto 1562 . Ad un identico supplizio, per volontà dei governanti veneziani, andarono incontro gli anabattisti incappati nella rete dell’Inquisizione di Venezia: le gelide acque delle laguna veneziana inghiottirono silenziosamente, l’uno dopo l’altro, Giulio Gherlandi (15 ottobre 1562) , Antonio Rizzetto (17 febbraio 1565) e Francesco della Sega (26 febbraio 1565) ; alla stessa sorte andò incontro molto probabilmente (nel 1570) anche Gian Giorgio Patrizi da Cherso . Nella maggior parte dei casi elencati i personaggi  erano sudditi della Serenissima di modesta estrazione sociale, che il governo veneziano non ebbe problemi a punire con la massima severità.

Un altro problema era costituito dalle richieste di estradizione di eretici da Venezia a Roma: la Repubblica di Venezia non poneva, in genere, grandi difficoltà nel consegnare al Sant’Uffizio gli eretici presenti nel suo territorio che fossero stranieri, nel caso in cui non si trattasse di personaggi di una certa rilevanza e la cui consegna a Roma non comportasse incidenti diplomatici con altri stati (per esempio, il patrizio fiorentino Pietro Carnesecchi, allora protetto dal duca Cosimo de’ Medici, se ne rimase tranquillo e sicuro a Venezia mentre a Roma Paolo IV lo faceva processare in contumacia ), ma si opponeva decisamente a consegnare a Roma suoi sudditi .La consegna a Roma fu deliberata dal Consiglio dei Dieci  il 13 marzo 1554 per l’ex monaco di monte Oliveto Lorenzo Tiziano alias Benedetto Florio, il quale però riuscì a scampare l’arresto . Nel novembre 1555 fu concessa l'estradizione  del francese Guglielmo Postel e del fiorentino  Giuliano Nerini. Nel marzo 1556 fu la volta di Pomponio Algieri.  Ma quando si trattava di sudditi veneziani di un certo peso ad essere accusati di eresia, le cose si complicavano. Il governo veneziano protesse Pier Paolo Vergerio, vescovo di Capodistria, non concedendo nel 1546 al nunzio l'esame delle sue carte e dei suoi libri, ma infine cedette, ordinandone nel 1549 l'arresto ed addirittura anche l'estradizione (invano, perché Vergerio aveva già preso la via della fuga). Non venne consegnato a Roma Aurelio Vergerio, suo nipote, a dispetto delle veementi pressioni di Paolo IV. Aurelio Vergerio dovette poi essere processato dal tribunale dell’Inquisizione di Venezia; egli si pentì, abiurò e ritrattò, e così il procedimento contro di lui si concluse senza che egli subisse particolari danni: poco dopo l'abiura, Aurelio fuggì all'estero.. Subì poi un secondo processo nel 1581, e pur relapso, gli fu risparmiata la vita (ed Aurelio fuggì di nuovo). Del patrizio Giovanni Grimani, patriarca d'Aquileia accusato d'eresia sin dal 1546, il governo veneziano perorò a più riprese la nomina cardinalizia. Ottenne poi nel 1561 che il suo caso venisse esaminato da una commissione del concilio di Trento, che lo assolse da tutte le accuse. Il vescovo eretico di Bergamo Vittore Soranzo fu anch'egli difeso senza esitazioni dal governo veneziano, che non ne concesse l'estradizione a Paolo IV, malgrado le veementi sue pressioni.

La politica ecclesiastica della Serenissima era caratterizzata da un forte spirito d’indipendenza da Roma. E la tradizione politico – ecclesiastica veneziana implicava la rivendicazione di una certa tutela da parte delle autorità politiche su quelle ecclesiastiche. Su questo spirito d’indipendenza da Roma facevano leva le speranze di chi coltivava l’idea di poter impiantare nel territorio della Serenissima la Riforma. Nell’orientare in senso sfavorevole alla Riforma l’orientamento dei governanti veneziani furono determinanti considerazioni di opportunità politica. La sconfitta di Műhlberg indebolì il fronte dei principi tedeschi, ai quali la Serenissima guardava come a potenziali alleati. La conseguente partecipazione, imposta da Carlo V, di delegati protestanti ai lavori della seconda fase del concilio di Trento si concluse con un netto fallimento. Nel conclave del 1549-50, per poco, era fallita la candidatura al papato di Reginald Pole, leader degli “spirituali”, gruppo che, rimanendo formalmente all’interno alla Chiesa romana, propugnava una religiosità non distante da quella protestante e che si dimostrava nettamente orientato al dialogo e al confronto con i riformatori. La progressiva affermazione, ai vertici della Chiesa romana, del gruppo degli intransigenti guidato da Gian Pietro Carafa, capo del Sant’Uffizio (dal 1542) e quindi papa Paolo IV (1555-59), che, significativamente, proprio nel corso del suo soggiorno veneziano del 1527-36 aveva maturato le linee generali della condotta da tenersi contro gli eretici, chiudeva ogni porta al dialogo e inaugurava una politica di repressione violenta e organizzata di ogni forma di dissenso religioso. In un contesto politico turbolento nel quale l’eresia rappresentava, per di più, un pericolo per la stabilità dello Stato, i governanti veneziani collaborarono all’attività ecclesiastica di repressione dell’eresia (così come fecero i governanti degli altri stati italiani), pur tentando di controllarla e, talvolta, di contenerla per salvaguardare le prerogative giurisdizionali dello Stato e per proteggere l’onore dei propri patrizi. Questo atteggiamento fu determinante nel causare la sconfitta della Riforma protestante nella Repubblica di Venezia.

Note

  1. B. Ochino, I “dialogi sette” e altri scritti del tempo della fuga, a cura di U. Rozzo, Claudiana, Torino 1985, p. 129.
  2. S. Caponetto, La riforma protestante nell’Italia del Cinquecento, Torino 19972, p. 262.

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